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Chaise de dentiste
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DEVITALIZZAZIONE DENTALE :

BISOGNA DAVVERO ESTARRE UN DENTE ?

Preservare il proprio dente quando possibile

La devitalizzazione, o trattamento endodontico, è una procedura odontoiatrica consolidata, indicata per trattare un dente la cui polpa è stata compromessa da carie profonde, traumi o altre problematiche.

Nel corso degli anni, e in particolare attraverso alcune informazioni diffuse online nell’ambito della cosiddetta «odontoiatria biologica» o «olistica», sono state sollevate domande sulla possibilità che un dente sottoposto a trattamento endodontico possa rappresentare un focolaio di infezione cronica e avere conseguenze sulla salute generale.

Queste teorie hanno radici storiche e risalgono agli inizi del XX secolo. Oggi, tuttavia, è importante distinguere tra ipotesi storiche e conoscenze scientifiche attuali, basando le decisioni terapeutiche sulle evidenze disponibili e sulla valutazione della situazione clinica specifica.

Un trattamento endodontico eseguito correttamente permette, quando le condizioni del dente lo consentono, di preservare il dente naturale, eliminando l’infezione presente all’interno dei suoi canali e ripristinandone la funzione.

La domanda, quindi, non è semplicemente se un dente debba essere devitalizzato, ma se possa essere conservato in modo sicuro e prevedibile attraverso un trattamento adeguato.

La valutazione clinica, supportata dagli esami diagnostici necessari, permette al dentista di individuare la soluzione più appropriata per ogni singolo caso e di accompagnare il paziente nella scelta del trattamento.

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Da dove nasce la controversia ?

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All’inizio del XX secolo si sviluppò la cosiddetta «focal infection theory», o teoria dell’infezione focale.

Nel 1923, il dentista americano Weston A. Price pubblicò Dental Infections, Oral and Systemic, un’opera nella quale sosteneva che alcune infezioni di origine dentale potessero essere associate a numerose patologie generali.

Queste teorie si svilupparono in un periodo in cui le conoscenze scientifiche erano molto diverse da quelle attuali, in particolare per quanto riguarda la microbiologia, l’immunologia, la diagnostica per immagini e il controllo delle infezioni.

La teoria dell’infezione focale ebbe conseguenze significative sulla pratica odontoiatrica dell’epoca. Per diversi decenni, infatti, l’estrazione di alcuni denti veniva talvolta proposta non solo per risolvere un problema locale, ma anche con l’obiettivo di migliorare determinate condizioni di salute generale.

Con il progresso della ricerca scientifica e una maggiore comprensione dei meccanismi delle infezioni, queste teorie sono state successivamente messe in discussione e abbandonate come spiegazione generale delle malattie sistemiche.

Perché questa teoria torna a essere discussa oggi?

La questione è tornata a essere discussa a partire dagli anni ’90, in particolare con la pubblicazione del libro Root Canal Cover-Up di George E. Meinig, e più recentemente attraverso documentari, social media e alcuni orientamenti della cosiddetta «odontoiatria biologica».

L’argomento generalmente sostenuto è il seguente:

Un dente sottoposto a trattamento endodontico potrebbe conservare batteri o prodotti batterici all’interno del sistema canalare e, in determinate circostanze, rappresentare una fonte persistente di infiammazione o infezione.

È tuttavia importante distinguere questa possibilità da un’affermazione molto più ampia, ovvero che un dente trattato endodonticamente possa provocare malattie a livello dell’intero organismo.

Le due situazioni non sono infatti equivalenti:

«Un dente trattato può presentare un’infezione persistente»
è una possibilità riconosciuta e compatibile con le conoscenze dell’endodonzia moderna. Un trattamento endodontico può infatti non avere successo o può essere seguito, nel tempo, dalla persistenza o dalla ricomparsa di un’infezione, rendendo necessaria una rivalutazione clinica e, quando indicato, un ulteriore trattamento.

«Un dente trattato provoca malattie sistemiche»
è invece un’affermazione molto più ampia, che richiederebbe evidenze scientifiche solide e specifiche. Ad oggi, non è dimostrato che la presenza di un dente trattato endodonticamente, di per sé, sia responsabile dell’insorgenza di malattie sistemiche.

Per questo motivo, la valutazione di un dente sottoposto a trattamento endodontico deve basarsi sulla situazione clinica individuale, sugli esami diagnostici disponibili e sulla qualità del trattamento effettuato, evitando di confondere la possibile persistenza di un’infezione locale con un presunto effetto patologico generalizzato.

Patient et dentiste
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Il trattamento endodontico viene indicato quando la polpa dentale presenta un’infiammazione irreversibile, è necrotica o è interessata da un’infezione. Lo scopo della procedura è rimuovere i tessuti patologici, ridurre la presenza di microrganismi all’interno dei canali, procedere alla loro disinfezione e successiva otturazione, per poi ricostruire il dente e proteggerlo da nuove contaminazioni.

Una delle principali difficoltà è legata alla complessità anatomica dei canali radicolari. Ramificazioni, canali accessori, istmi e conformazioni anatomiche variabili possono creare zone particolarmente difficili da raggiungere, rendendo impossibile ottenere una disinfezione meccanica assoluta di ogni area.

È proprio per questo che l’endodonzia moderna si basa su un approccio integrato, che combina una conoscenza approfondita dell’anatomia con un’adeguata isolazione del campo operatorio, la strumentazione, l’irrigazione antimicrobica, l’otturazione dei canali e una corretta ricostruzione coronale. Il successivo controllo clinico e radiografico permette inoltre di monitorare nel tempo la risposta del dente al trattamento.

Le raccomandazioni europee S3 dell’European Society of Endodontology pongono la diagnosi, il controllo dell’infezione, la scelta del trattamento più appropriato e il follow-up al centro della gestione delle patologie della polpa e dei tessuti periapicali. L’obiettivo è trattare la patologia in modo efficace e, quando le condizioni lo permettono, preservare il dente naturale il più a lungo possibile.

E se un’infezione persiste?

È una possibilità reale.

Un dente sottoposto a trattamento endodontico può sviluppare una parodontite apicale post-trattamento, ad esempio quando un’infezione persiste all’interno del sistema canalare o quando si verifica una nuova contaminazione.

Gli studi epidemiologici mostrano che la parodontite apicale è una condizione relativamente frequente nella popolazione e che viene riscontrata più spesso in corrispondenza di denti già trattati endodonticamente rispetto ai denti non sottoposti a questo tipo di trattamento.

Questo dato, tuttavia, non significa che «la devitalizzazione faccia ammalare».

Significa piuttosto che, come per qualsiasi procedura medica o odontoiatrica, un trattamento endodontico non costituisce una garanzia assoluta di guarigione. In alcuni casi, infatti, la patologia può persistere o ripresentarsi e richiedere una nuova valutazione.

Il risultato può dipendere da diversi fattori, tra cui la qualità del trattamento eseguito, la complessità dell’anatomia canalare, l’eventuale presenza di una lesione preesistente, la qualità della ricostruzione del dente e le condizioni dei tessuti circostanti.

Per questo motivo, quando necessario, il controllo clinico e radiografico nel tempo permette di verificare l’evoluzione della situazione e di intervenire tempestivamente qualora emergano segni di persistenza o recidiva della patologia.

Correspondance des couleurs dentaires

Una difficoltà particolare: i canali non individuati

Tra le possibili cause di insuccesso di un trattamento endodontico vi è la presenza di un canale radicolare che non è stato individuato o adeguatamente trattato.

Una meta-analisi pubblicata nel 2025, che ha analizzato quasi 10.000 denti sottoposti a trattamento endodontico, ha evidenziato un’associazione significativa tra la presenza di canali non trattati individuati mediante CBCT e la comparsa di parodontite apicale post-trattamento.

È tuttavia importante interpretare questo dato con prudenza: il livello di certezza dell’associazione è stato considerato basso, a causa dei limiti metodologici e dell’eterogeneità degli studi analizzati.

Il dato mette comunque in evidenza un principio importante dell’endodonzia moderna: quanto più accuratamente è possibile individuare e comprendere la complessa anatomia di un dente, tanto maggiore è la possibilità di identificare e trattare correttamente tutte le aree interessate dalla patologia.

La diagnostica, l’esperienza clinica e, quando indicato, l’utilizzo di strumenti di imaging avanzati possono quindi contribuire a migliorare la pianificazione del trattamento e a ridurre il rischio che una zona patologica rimanga non trattata.

E per quanto riguarda la salute generale?

Nel corso degli anni, diversi studi hanno esaminato possibili associazioni tra patologie endodontiche, processi infiammatori e alcune malattie sistemiche. I risultati sono interessanti, ma devono essere interpretati con attenzione, distinguendo sempre una semplice associazione da un rapporto di causa-effetto.

Una revisione sistematica pubblicata nel 2017 ha concluso che le evidenze disponibili non erano ancora sufficienti per stabilire con chiarezza un rapporto causale tra alcune malattie sistemiche e gli esiti dei trattamenti endodontici.

Gli studi analizzati presentavano inoltre, in diversi casi, un rischio di bias da moderato ad elevato.

Un’altra revisione sistematica ha invece evidenziato possibili correlazioni tra alcune condizioni sistemiche e la patologia apicale, sottolineando tuttavia la necessità di ulteriori studi prospettici e longitudinali per comprendere meglio la natura di queste associazioni.

La ricerca scientifica è quindi ancora in corso.

Ciò che emerge oggi è una distinzione fondamentale: il problema scientifico non riguarda la «devitalizzazione» in quanto tale, ma piuttosto l’eventuale presenza di una patologia endodontica persistente o recidivante.

In altre parole, un dente trattato endodonticamente non deve essere considerato automaticamente una fonte di problemi per la salute generale. La sua valutazione deve basarsi sulle condizioni cliniche effettive, sugli esami diagnostici disponibili e sull’eventuale presenza di segni di patologia persistente.

Un dato recente particolarmente interessante

Uno studio longitudinale pubblicato nel 2025 da un’équipe del King’s College London ha seguito 65 pazienti affetti da parodontite apicale, valutandoli prima e dopo un trattamento endodontico eseguito con successo.

Nel corso dei due anni di follow-up, i ricercatori hanno osservato variazioni nella concentrazione di diversi metaboliti presenti nel sangue. Alcuni di questi cambiamenti erano compatibili con un miglioramento di parametri legati al metabolismo degli zuccheri e dei lipidi, oltre che con una riduzione di alcuni marcatori associati allo stato infiammatorio.

È importante sottolineare che questi risultati non permettono di affermare che il trattamento endodontico protegga dal diabete o prevenga le malattie cardiovascolari. Lo studio non dimostra infatti un rapporto di causa-effetto di questo tipo.

Il dato è tuttavia interessante per un altro motivo: suggerisce che una patologia endodontica persistente possa essere associata a modificazioni biologiche che non rimangono necessariamente limitate all’area del dente.

In determinate situazioni, trattare adeguatamente un’infezione endodontica può quindi rappresentare una scelta importante non solo per preservare il dente, ma anche per eliminare una fonte locale di infiammazione persistente.

La nostra posizione in merito : conservare quando è possibile

La nostra filosofia è semplice: preservare il dente naturale, quando può essere conservato in modo biologicamente e meccanicamente ragionevole, anziché procedere all’estrazione.

Non consideriamo il trattamento endodontico un intervento banale o privo di limiti. Allo stesso tempo, non riteniamo che l’estrazione rappresenti automaticamente una soluzione più «biologica» o più favorevole per il paziente.

Ogni situazione deve quindi essere valutata individualmente, sulla base delle condizioni cliniche, anatomiche e funzionali del dente.

Quando un elemento dentale è conservabile, il nostro obiettivo è ridurre al minimo i fattori che potrebbero comprometterne la prognosi nel tempo. Questo significa prestare particolare attenzione a ogni fase del percorso:

  • Diagnosi precisa
    Valutare in modo approfondito la situazione clinica prima di intervenire.

  • Valutazione della polpa e dei tessuti periapicali
    Comprendere lo stato della polpa dentale e dei tessuti circostanti per definire il trattamento più appropriato.

  • Isolamento e controllo della contaminazione
    Ridurre il più possibile il rischio di introdurre nuovi microrganismi durante la procedura.

  • Magnificazione e strumentazione moderna
    Migliorare la visualizzazione e la gestione della complessa anatomia del sistema canalare.

  • Irrigazione e disinfezione
    Combinare le procedure meccaniche e chimiche disponibili per ridurre efficacemente la presenza microbica.

  • Diagnostica per immagini adeguata
    Quando la situazione clinica lo richiede, l’imaging tridimensionale può fornire informazioni che una radiografia bidimensionale non è in grado di mostrare.

  • Otturazione e ricostruzione del dente
    Il trattamento non termina con l’otturazione dei canali. Una ricostruzione coronale adeguata e una buona tenuta nel tempo sono fondamentali per proteggere il dente da nuove contaminazioni.

  • Controllo nel tempo
    Un dente sottoposto a trattamento endodontico deve essere monitorato, soprattutto quando era presente una patologia apicale prima dell’intervento. Il follow-up permette di valutare l’evoluzione clinica e radiografica e di intervenire, se necessario.

L’obiettivo non è conservare un dente a qualsiasi costo, ma conservare in modo ragionevole e prevedibile quei denti che possono ancora svolgere adeguatamente la loro funzione.

E se il trattamento canalare non fosse sufficiente?

Un dente può presentare una guarigione incompleta oppure sviluppare una nuova patologia anche dopo un trattamento endodontico eseguito correttamente.

Questo, tuttavia, non significa automaticamente che sia necessario estrarlo.

A seconda della situazione clinica e radiografica, possono essere prese in considerazione diverse possibilità:

  • Monitoraggio nel tempo, quando le condizioni cliniche e radiografiche lo consentono e non vi sono indicazioni immediate a intervenire.

  • Ritrattamento endodontico, quando è possibile individuare una causa specifica della persistenza della patologia e correggerla.

  • Trattamento chirurgico endodontico, indicato in alcune situazioni selezionate, quando può rappresentare un’opzione appropriata per trattare la patologia e preservare il dente.

  • Estrazione e successiva sostituzione del dente, quando l’elemento non è più conservabile in modo ragionevole.

Le evidenze disponibili indicano che anche il ritrattamento endodontico può portare a risultati favorevoli, soprattutto quando è possibile identificare e correggere i fattori responsabili della persistenza della patologia.

L’obiettivo, quindi, non è conservare un dente a qualsiasi costo, ma valutare con attenzione tutte le possibilità terapeutiche disponibili.

La scelta deve essere quella più razionale e appropriata per quel determinato dente e, soprattutto, per quella determinata persona.

Per approfondire : principali fonti scientifiche

Duncan H.F. et al.

Treatment of pulpal and apical disease: The European Society of Endodontology (ESE) S3-level clinical practice guideline.International Endodontic Journal, 2023.

 

Aminoshariae A. et al.

Association Between Systemic Diseases and Endodontic Outcome: A Systematic Review.Journal of Endodontics, 2017.

 

Segura-Egea J.J. et al.

Association Between Systemic Diseases and Apical Periodontitis.Journal of Endodontics, 2016.

 

León-López M. et al.

Association Between the Presence of Missed Canals, Detected Using CBCT, and Post-Treatment Apical Periodontitis in Root-Filled Teeth: A Systematic Review and Meta-Analysis.Journal of Clinical Medicine, 2025.

 

Zhang Y. et al.

Successful Endodontic Treatment Improves Glucose and Lipid Metabolism: A Longitudinal Metabolomic Study. Journal of Translational Medicine, 2025.

 

Ng Y.L. et al.

The success of endodontic therapy – healing and functionality.Sources historiques et controverséesPrice W.A. Dental Infections, Oral and Systemic. Penton Publishing, 1923.

 

International Academy of Oral Medicine & Toxicology (IAOMT).

State of the Science on Root Canal Treated Teeth, 2026. Cette publication rassemble plus de 560 références et présente la position contemporaine de la dentisterie biologique sur les dents traitées endodontiquement. Elle doit être lue comme une revue/prise de position d'une organisation professionnelle ayant une position particulière sur le sujet, et non comme un consensus scientifique indépendant.American Association of Endodontists.

Root Canal Safety Fact Sheet – Updated 2026.

Gros plan sur des instruments dentaires

Una precisazione importante

Questa pagina ha l’obiettivo di fornire informazioni e presentare lo stato attuale delle conoscenze scientifiche in materia di trattamento endodontico.

Le informazioni riportate non sostituiscono una valutazione clinica individuale. La decisione di eseguire o meno un trattamento endodontico dipende dalle condizioni del dente, dal contesto biologico e parodontale, dalla sua possibilità di essere adeguatamente restaurato, dalla prognosi e dalle eventuali alternative terapeutiche disponibili.

Il nostro obiettivo non è conservare ogni dente a qualsiasi costo.

Il nostro obiettivo è evitare l’estrazione di un dente che possa essere ragionevolmente conservato.

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